Dove la finanza uccide

È boom di gravi complicazioni mediche negli ospedali acquistati da fondi di private equity negli Stati Uniti. La notizia è clamorosa e la pubblica con grande evidenza il New York Times, riprendendo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica JAMA.

The Good Nurse, serie Netflix del 2022 ispirata alla storia dell’infermiere killer Charles Cullen

La ricerca, pubblicata il 26 dicembre 2023, ha preso in esame 51 ospedali di proprietà di società di investimento di private equity confrontandoli con strutture sanitarie simili ma con proprietà diverse. I dati raccolti, relativi agli ultimi tre anni, sono sconcertanti: le complicazioni sono aumentate del 25%, le infezioni da dispositivo intravascolare centrale-CLABSI (le più gravi) del 38% e le cadute dei pazienti del 27%.

Quanto al tasso di mortalità, l’apparente buona notizia relativa al calo del 5% durante i ricoveri sfuma a 30 giorni dalla dimissione, quando la quota di decessi torna ai livelli precedenti.

Le cause? Secondo l‘articolo del NYT, la più probabile risiede nei tagli al personale operati dal fondi per motivi di sostenibilità economica, anche se è doveroso notare che lo studio pubblicato su JAMA non indaga direttamente questo aspetto. Ma gli esperti interpellati dal giornale non hanno dubbi: per la finanza, i conti in ordine sono un obiettivo più importante della qualità delle cure, e quindi della salute dei pazienti.

Molto interessante.

Se no poi si scoccia

Nella saga Pandorogate che ha monopolizzato per giorni i media, mi sembra manchi qualcuno. Un qualcuno che si finge morto, sperando che la bufera passi, e viene considerato dai più vittima laddove vittima, invece, non è.

Chiara Ferragni con l’uovo di Pasqua Dolci Preziosi. Ben visibile la scritta “sosteniamo i Bambini delle Fate”

In questa amara vicenda, le responsabilità di Chiara Ferragni e della sua azienda mi sembrano evidenti, e sono state sottolineate da tutti. Ma ovviamente ce ne sono altre, meno sottolineate. Innanzitutto quelle delle aziende – Balocco per il pandoro e, prima, Dolci Preziosi per le uova di Pasqua del 2021 – che hanno accettato i cachet stellari della star social a scapito (sì, a scapito) delle organizzazioni non profit che avevano già sostenuto con operazioni diverse dal cause related marketing, anche se con somme ridicole.

Ancora meno sottolineate, e mi chiedo sinceramente perché, sono però le colpe delle organizzazioni “beneficiarie”, che non hanno chiesto conto – nel caso dei i Bambini delle Fate dopo due anni e passa – della destinazione dei fondi legati alle vendite dei dolciumi (e ancora di più stupisce il silenzio dell’amministrazione di un ospedale come il Regina Margherita di Torino). A meno che sapessero benissimo che le vendite non c’entravano niente, e fossero quindi “complici” di un’operazione che definire poco trasparente è fargli un complimento.

Ok, forse complici è troppo. Però succubi sì, proni a un pensiero debole secondo il quale è meglio non dare fastidio ai donatori, non fare domande, non impicciarsi, non chiedere trasparenza, farsi i fatti propri, ringraziare e andare via con le orecchie basse, perché altrimenti il generoso benefattore potrebbe “scocciarsi” e, infastidito da tanta impudenza, smettere di donare la volta dopo.

Qui, come sappiamo, non c’è nemmeno stata la volta dopo. E il danno che queste organizzazioni hanno contribuito a causare nella fiducia del pubblico meriterebbe almeno il generale biasimo, che invece non c’è stato. Perché? Ci fosse anche in Italia una istituzione di garanzia del Terzo settore sulla falsariga della Charity Commission inglese, forse qualcosa sarebbe successo. Forse.

Non ho detto che ti odio

Disagreement is not hate. Non ti odio, la penso diversamente da te. Mi sono imbattuta in questa frase fulminante – e purtroppo non più ovvia – leggendo della sconcertante vicenda della professoressa Kathleen Stock, dimessa dal suo incarico di docente di filosofia alla University of Sussex a seguito di un’incessante campagna di linciaggio e #characterassassination.

Motivo di tanto odio? Il fatto che Stock, femminista convinta e omosessuale dichiarata, abbia espresso perplessità sulla teoria gender e criticato alcune conseguenze della self-identification. Stock si è inoltre detta contraria al Gender Recognition Act, la legge che in Gran Bretagna consente il riconoscimento legale del genere acquisito con una semplice diagnosi di disforia di genere.

La professoressa Kathleen Stock, 52 anni. Nel 2023 ha fondato il movimento identitario The Lesbian Project

Dopo aver espresso queste opinioni, Stock è stata duramente attaccata da gruppi di studenti LGBTQ+, che l’hanno definita “pericolosa” e ne hanno chiesto le dimissioni. Nonostante il pieno appoggio ricevuto dalla professoressa da una serie di autorità pubbliche e private, inclusi membri del governo, lo stesso premier Suniak e altri accademici, Stock alla fine ha scelto di dare le dimissioni, decisione definita “una monumentale vittoria” dagli studenti che, in effetti, volevano ottenere proprio questo risultato. Eliminarla dal corpo docente.

Fin qui la storia, riassunta per sommi capi. La cui contro-morale potrebbe essere, appunto, che “disagreement is not hate”. Se la penso diversamente da te, non vuol dire che ti odio. Sembra ovvio, ma purtroppo non lo è.

P. S. In un encomiabile rigurgito di libertà, lo scorso maggio la Oxford Union Society ha ospitato una conferenza tenuta da Kathleen Stock. Per compensare, l’organizzazione (che si definisce paladina della libertà di parola) ha offerto “sostegno assistenziale” (welfare support) agli studenti che si fossero sentiti urtati nella loro sensibilità dalle parole della professoressa.

Poco e male. Et voilà

Avevo fatto tanti buoni propositi per le Feste, ma davanti a certe palesi panzane non ce la faccio. Soprattutto perché passano come niente fosse, tra un calice di Spumante e un piatto di lenticchie.

Tra le tante “inesattezze” che leggo sul Covid in Cina in questi giorni, ne spicca una: i cinesi si sono ammalati in tanti e così di botto perché sono poco vaccinati. Oggi, 31 dicembre, Ilaria Capua sul Corriere della Sera scrive: «Il virus in Cina circola in maniera molto vivace perché la campagna vaccinale è stata insufficiente». E il 28 dicembre il collega Roberto Burioni su Repubblica l’aveva preceduta: «Pechino ha vaccinato poco e male».

Ah sì? Ma dove li hanno presi questi dati Capua e Burioni, che pure dovrebbero saperne più di tutti noi messi insieme?

L’ottima Johns Hopkins University, Bibbia dei dati sul Covid a livello globale, la pensa diversamente: la Cina è al 14esimo posto mondiale per copertura vaccinale (l’Italia, per dire, è 37esima) con il 92% della popolazione che ha ricevuto almeno una dose. In Italia siamo all’84%. Secondo un’altra fonte accreditata, Our World in Data, legata all’Università di Oxford, la copertura vaccinale COMPLETA in Cina raggiunge l’89% della popolazione.

Dopo tre anni di disinformazione un tanto al chilo, speriamo che nel 2023 qualcuno si prenda la briga di fare due clic in più col mouse e verificare, prima di cliccare una volta sola e spammare le proprie fandonie sul web. #factchecking

Vaccino Pfizer ai bambini “efficace” al 29%

Questo è il primo degli articoli del blog (che non sta leggendo nessuno, al momento: non è ancora stato pubblicizzato in alcun modo) che non sarà condiviso sui social. Il motivo? Parla, ancora una volta, della questione vaccini Covid. E parlarne troppo, in senso critico ovviamente, sui social non paga. Purtroppo.

Me ne dispiaccio particolarmente perché la notizia è di quelle grosse: è infatti lo stesso Istituto Superiore di Sanità a scrivere nero su bianco, e a pubblicare su The Lancet, che il vaccino offerto ai bambini dai 5 agli 11 anni «è meno efficace di quanto ci si aspettava». In soldoni, protegge dall’infezione solo per il 29% e dalla malattia grave per il 41%. Da notare che il corposo studio ha preso in esame una popolazione vastissima, pari ai 3 milioni di bambini in questa fascia d’età, di cui circa 1 milione vaccinati con due dosi e 134mila con una sola dose.

Come spesso stigmatizzato dai vari virologi intervistati, i genitori italiani non hanno creduto fino in fondo a questa proposta vaccinale per i loro figli. E non ci hanno creduto pur avendo letto ovunque dati ben diversi. Prendo le informazioni dal sito dell’autorevole Fondazione Veronesi. «La sperimentazione che ha portato all’approvazione (del vaccino Pfizer, ndr) ha coinvolto 2.268 bambini, di cui 1.517 hanno ricevuto il vaccino (due dosi da 10 microgrammi a distanza di 21 giorni) e 751 il placebo. Dalle analisi, oltre all’estremo profilo di sicurezza, è emerso che il vaccino ha avuto un’efficacia nell’evitare di sviluppare sintomi da Covid-19 del 90,7%».

Apperò. Oltre il 90% di efficacia dichiarato dall’azienda produttrice, dopo un trial su 1500 bambini, contro il 29% misurato sul campo su un campione di 3 milioni. Quali dati sono reali? Evidentemente i secondi. Quanti genitori avrebbero vaccinato i loro figli se avessero conosciuto la reale efficacia del prodotto Pfizer? Sicuramente molti di meno di quanti hanno optato per la vaccinazione. E che avrebbero avuto tutto il diritto di essere correttamente informati prima di decidere.

N. B. L’ISS non ha indicato chiaramente i risultati dello studio pubblicato su Lancet nel report periodico sul andamento del Covid. Si è limitato a pubblicare il link a fondo pagina. Il merito va ai colleghi giornalisti che, per una volta, hanno approfondito e se lo sono andati a leggere.


Parliamo di Bibbiano

L’onorevole leghista Lucia Bergonzoni in Aula al Senato

Si è aperto l’8 giugno a Reggio Emilia il processo Angeli e Demoni contro 17 «orchi di Bibbiano». Quello ordinario, perché quello a carico degli indagati che si sono avvalsi del rito abbreviato si è già tenuto, con questi risultati: sei imputati, cinque assoluzioni, una condanna. La condanna riguarda il famigerato (sui giornali) psicoterapeuta Claudio Foti, che si è preso quattro anni contro i sei chiesti dalla Procura.

Ha quindi violentato psicologicamente centinaia di bambini, strappandoli con violenza alle loro famiglie? No.

È stato condannato per abuso d’ufficio – si sarebbe quindi arricchito illegittimamente grazie alle parcelle – e per un SOLO CASO di lesioni (psicologiche) a carico di una ragazza di 17, in cui Foti ha indotto, secondo i giudici, falsi ricordi relativi ad abusi mai subiti. Finora, dunque, è stato accertato un reato diretto su un minore su oltre cento segnalati, e c’è un solo condannato, Foti.

Staremo a vedere come si concluderà il processo che si apre. E poi vedremo in che termini bisognerà «parlare di Bibbiano».

Per chiunque sappia leggere

Di solito uso toni molto più pacati, ma stavolta no, perché siamo al ridicolo. Ridicolo davvero.
Il Corriere della Sera spara in homepage un articolo su una ricerca dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Cattolica e titola: «Così il Covid uccide chi è senza vaccino» sottolineando anche che per i quarantenni è più facile morire di Covid che di incidente.

Per scrupolo sono andata alla fonte, l’abstract della ricerca pubblicata dall’Osservatorio stesso, che trovate a questo link.

A parte che l’articolo del Corriere è praticamente un copia e incolla, e che la ricerca completa online non si trova (a meno che sia solo questa… ma non voglio crederci) chiunque sappia leggere e voglia leggere con attenzione scoprirà che:

  • i dati su cui sono stati calcolati i rischi di morte per classi di età (comprese le morti per incidente) si riferiscono ai morti per Covid 𝗱𝗮𝗹 𝗳𝗲𝗯𝗯𝗿𝗮𝗶𝗼 𝟮𝟬𝟮𝟬 𝗮𝗹 𝗳𝗲𝗯𝗯𝗿𝗮𝗶𝗼 𝟮𝟬𝟮𝟭, 𝗰𝗶𝗼𝗲̀ 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶 𝘃𝗮𝗰𝗰𝗶𝗻𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗰’𝗲𝗿𝗮𝗻𝗼, o al massimo erano disponibili per gli over 80
  • la probabilità di infettarsi e di morire di SARS-CoV-2 per la popolazione generale 𝗲̀ 𝗽𝗮𝗿𝗶 𝗮𝗹𝗹𝗼 𝟬,𝟮% (c’è scritto proprio così a pag. 3, ho fatto copia e incolla anch’io)

Comico quindi che il Corriere titoli «uccide i non vaccinati»: per forza, sono dati vecchi di due anni, i vaccinati allora non c’erano. Un dettaglio.
Ripeto, siamo al ridicolo. E gli danno pure la prima pagina.
#factchecking #bastaleggere

P.S. La ricerca dell’Osservatorio è finanziata dalle aziende farmaceutiche IBSA, AstraZeneca, Lilly e da Fondazione MSD, espressione della farmaceutica Merck

Il rovescio dei numeri

Ecco un tipico 𝗲𝘀𝗲𝗺𝗽𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗮𝗿𝘁𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘁𝗶𝘁𝗼𝗹𝗮 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲. ««Il virus ci raggiungerà tutti. Dobbiamo proteggerci, lo facciano anche i guariti».
Per molto tempo si è sostenuto che l’immunità indotta dal solo vaccino fosse superiore a quella ottenuta dopo il contagio; un’idea ampiamente smentita da diversi studi (il più famoso su Nature, ma alla stessa conclusione è arrivata anche una ricerca del Ministero della Salute israeliano), e tuttavia ancora presente nella mente di molti.

Qui l’immunologa suggerisce anche ai guariti di vaccinarsi, cosa già fatta da quasi tutti (me compresa), e specifica anche che Omicron sembra “bucare” di più anche l’immunità naturale. Certo, ma è pur sempre vero che con Delta i vaccinati avevano una protezione del 98,6% contro la reinfezione, mentre con Omicron questo dato “scende” al 96,7%. 𝗨𝗻𝗮 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗺𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗮𝗻𝘁𝗲, soprattutto se paragonata a quella offerta dai vaccini: sono stati diffusi molti dati, ma sembra che si possa affermare che a distanza di sei mesi siamo attorno al 50%, come affermato dall’ISS e come si vede ampiamente dai dati dei positivi di queste settimana.

𝗘𝗽𝗽𝘂𝗿𝗲, 𝗹’𝗮𝗿𝘁𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼 “𝗿𝗼𝘃𝗲𝘀𝗰𝗶𝗮” 𝗶 𝗱𝗮𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗲𝗶𝗻𝗳𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, informando i lettori che ben il 3,3% dei guariti si ammala di nuovo con Omicron. Certo, ma il 96,7% no. C’è una bella differenza, e non solo di prospettiva.

Israele, perché la quarta?

Poco più di un mese fa, il 10 dicembre 2021, il responsabile della task force Covid e della campagna vaccinale in Israele Arnon Shahar (foto) dichiarava: «A cinque mesi dalle terzo dosi stiamo vedendo che gli anticorpi neutralizzanti, la memoria immunitaria cellulare e l’immunità generale sono più alti che dopo la seconda dose. C’è un lieve calo degli anticorpi, ma non è quello che ci interessa perché l’immunizzazione non si basa solo su questo. Siamo molto soddisfatti del risultato».

Oggi, a un solo mese di distanza, il primo ministro Naftali Bennett ha dichiarato che i dati del Centro Medico Sheba sembrano indicare che la quarta dose garantisce una protezione «molto migliore» sia dai contagi sia dall’eventualità di ammalarsi in modo grave. I dati preliminari, ha concluso, hanno evidenziato un calo di anticorpi già dopo tre mesi dalla terza dose.

Cosa ha determinato un cambio di valutazione così importante? Certo, è arrivata Omicron, ma non dimentichiamo che i vaccini sono gli stessi dell’inizio. E la terza dose garantiva, secondo Shahar, un’ottima protezione anche in presenza di un «lieve calo» degli anticorpi (perché in effetti gli anticorpi non sono tutto). Intanto, il 12 gennaio 2022 in Israele si sono registrati oltre 80mila casi, un record assoluto per la piccola nazione mediorientale. Bassissimo, tuttavia, il numero dei decessi in quel giorno: solo 16.

Africa, la strage non c’è

Lo scarso accesso ai vaccini non è stato così letale in Africa come si temeva, scrive Federico Rampini in questo articolo del Corriere della Sera.

«Di fronte ai dati sulla bassa mortalità, molti occidentali storcono il naso: 𝗽𝗼𝗶𝗰𝗵𝗲́ 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝘁𝗮̀ 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗼𝗶𝗻𝗰𝗶𝗱𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗶 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗶 𝗽𝗿𝗲𝗴𝗶𝘂𝗱𝗶𝘇𝗶, 𝗮𝗹𝗹𝗼𝗿𝗮 𝗹𝗲 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗲𝘃𝗼𝗻𝗼 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗳𝗮𝗹𝘀𝗲». Un passaggio da incorniciare. Ma – è l’obiezione – i Paesi “arretrati” non conteggiano adeguatamente i decessi da Covid. Può essere, ma c’è un sistema che non mente: la misurazione delle «morti in eccesso» (a cui ricorre The Economist, i giornali italiani non indagano su queste cose).

Ebbene, la media dei decessi annui tra il 2020-2021 e l’era pre-Covid, dà indicazioni attendibili e sicure. «𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗺𝗶𝘀𝘂𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗻𝗲𝗰𝗰𝗲𝗽𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗴𝗲 𝗮𝗳𝗿𝗶𝗰𝗮𝗻𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗺𝗮𝗶 𝗮𝘃𝘃𝗲𝗻𝘂𝘁𝗮, 𝗮𝗻𝘇𝗶 𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗻𝗱𝗲𝗺𝗶𝗮 𝗲̀ 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗮 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗯𝗲𝗻𝗶𝗴𝗻𝗮 𝗮 𝗦𝘂𝗱 𝗱𝗲𝗹 𝗦𝗮𝗵𝗮𝗿𝗮».