Questo è il primo degli articoli del blog (che non sta leggendo nessuno, al momento: non è ancora stato pubblicizzato in alcun modo) che non sarà condiviso sui social. Il motivo? Parla, ancora una volta, della questione vaccini Covid. E parlarne troppo, in senso critico ovviamente, sui social non paga. Purtroppo.
Me ne dispiaccio particolarmente perché la notizia è di quelle grosse: è infatti lo stesso Istituto Superiore di Sanità a scrivere nero su bianco, e a pubblicare su The Lancet, che il vaccino offerto ai bambini dai 5 agli 11 anni «è meno efficace di quanto ci si aspettava». In soldoni, protegge dall’infezione solo per il 29% e dalla malattia grave per il 41%. Da notare che il corposo studio ha preso in esame una popolazione vastissima, pari ai 3 milioni di bambini in questa fascia d’età, di cui circa 1 milione vaccinati con due dosi e 134mila con una sola dose.

Come spesso stigmatizzato dai vari virologi intervistati, i genitori italiani non hanno creduto fino in fondo a questa proposta vaccinale per i loro figli. E non ci hanno creduto pur avendo letto ovunque dati ben diversi. Prendo le informazioni dal sito dell’autorevole Fondazione Veronesi. «La sperimentazione che ha portato all’approvazione (del vaccino Pfizer, ndr) ha coinvolto 2.268 bambini, di cui 1.517 hanno ricevuto il vaccino (due dosi da 10 microgrammi a distanza di 21 giorni) e 751 il placebo. Dalle analisi, oltre all’estremo profilo di sicurezza, è emerso che il vaccino ha avuto un’efficacia nell’evitare di sviluppare sintomi da Covid-19 del 90,7%».
Apperò. Oltre il 90% di efficacia dichiarato dall’azienda produttrice, dopo un trial su 1500 bambini, contro il 29% misurato sul campo su un campione di 3 milioni. Quali dati sono reali? Evidentemente i secondi. Quanti genitori avrebbero vaccinato i loro figli se avessero conosciuto la reale efficacia del prodotto Pfizer? Sicuramente molti di meno di quanti hanno optato per la vaccinazione. E che avrebbero avuto tutto il diritto di essere correttamente informati prima di decidere.
N. B. L’ISS non ha indicato chiaramente i risultati dello studio pubblicato su Lancet nel report periodico sul andamento del Covid. Si è limitato a pubblicare il link a fondo pagina. Il merito va ai colleghi giornalisti che, per una volta, hanno approfondito e se lo sono andati a leggere.
