Se no poi si scoccia

Nella saga Pandorogate che ha monopolizzato per giorni i media, mi sembra manchi qualcuno. Un qualcuno che si finge morto, sperando che la bufera passi, e viene considerato dai più vittima laddove vittima, invece, non è.

Chiara Ferragni con l’uovo di Pasqua Dolci Preziosi. Ben visibile la scritta “sosteniamo i Bambini delle Fate”

In questa amara vicenda, le responsabilità di Chiara Ferragni e della sua azienda mi sembrano evidenti, e sono state sottolineate da tutti. Ma ovviamente ce ne sono altre, meno sottolineate. Innanzitutto quelle delle aziende – Balocco per il pandoro e, prima, Dolci Preziosi per le uova di Pasqua del 2021 – che hanno accettato i cachet stellari della star social a scapito (sì, a scapito) delle organizzazioni non profit che avevano già sostenuto con operazioni diverse dal cause related marketing, anche se con somme ridicole.

Ancora meno sottolineate, e mi chiedo sinceramente perché, sono però le colpe delle organizzazioni “beneficiarie”, che non hanno chiesto conto – nel caso dei i Bambini delle Fate dopo due anni e passa – della destinazione dei fondi legati alle vendite dei dolciumi (e ancora di più stupisce il silenzio dell’amministrazione di un ospedale come il Regina Margherita di Torino). A meno che sapessero benissimo che le vendite non c’entravano niente, e fossero quindi “complici” di un’operazione che definire poco trasparente è fargli un complimento.

Ok, forse complici è troppo. Però succubi sì, proni a un pensiero debole secondo il quale è meglio non dare fastidio ai donatori, non fare domande, non impicciarsi, non chiedere trasparenza, farsi i fatti propri, ringraziare e andare via con le orecchie basse, perché altrimenti il generoso benefattore potrebbe “scocciarsi” e, infastidito da tanta impudenza, smettere di donare la volta dopo.

Qui, come sappiamo, non c’è nemmeno stata la volta dopo. E il danno che queste organizzazioni hanno contribuito a causare nella fiducia del pubblico meriterebbe almeno il generale biasimo, che invece non c’è stato. Perché? Ci fosse anche in Italia una istituzione di garanzia del Terzo settore sulla falsariga della Charity Commission inglese, forse qualcosa sarebbe successo. Forse.

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